(Vi racconto) L’attività di ufficio stampa, tra un viaggio, una faccenda di cuore e il karaoke

(Vi racconto) L’attività di ufficio stampa, tra un viaggio, una faccenda di cuore e il karaoke

Confesso: sono una fan di Grey’s Anatomy e al Seattle Grace Hospital mi sento a casa. Ho visto tutte le serie, per anni ho sofferto per i drammi, per lo più amorosi, dei protagonisti, ho gioito per i loro successi professionali e, nel frattempo, credo di essere anche diventata piuttosto esperta in una serie di procedure mediche, per lo più d’urgenza ed eseguite con mezzi improbabili e in condizioni estreme. Da questo medical drama ho appreso che i chirurghi si sentono le rockstar della medicina e il cardiochirurgo l’indiscusso re del palcoscenico. Mi ero fatta l’idea che fossero tutti come Preston Burke, freddo, saccente, quasi fastidioso, ostinatamente dedito alla carriera. Mi sbagliavo e per farmelo capire ci son voluti un viaggio in Myanmar, una faccenda di cuore e il karaoke.

Lavoro come ufficio stampa, in soldoni scovo notizie, le verifico ed elaboro e le propongo ai colleghi della carta stampata, della tv e della radio perché le facciano conoscere, insieme alle organizzazioni non profit che ne sono protagoniste, a un pubblico più grande. Attività che sintetizzata così pare lineare ma, fatte le dovute eccezioni, di buone notizie la stampa parla assai poco, per questo devo sempre trovare un “taglio diverso”, un “punto di vista originale” e storie, purché ovviamente non troppo “tristi” e dall’esisto positivo.

Questa volta la notizia era giusta e portava nel sud-est asiatico, per la precisione allo Yankin Children Hospital di Yangon dove lavora una dottoressa (che ho poi scoperto avere il piglio e una certa somiglianza con Miranda Bailey) che è l’unicacardiochirurga donna di tutto il Paese e la seconda dopo il suo mentore, che però lavora nel privato. Si chiama Win Win e nel suo ospedale opera gratuitamente i bambini affetti da gravi malattie cardiache. A raccontarmi di lei è stata la Fondazione Mission Bambini che la conosce perché dal 2005, con il programma Cuore di bimbi, salva i piccoli cardiopatici che nascono nei Paesi più poveri del mondo. Lo fa con varie modalità tra cui l’organizzazione di missioni all’estero di medici volontari e la formazione del personale locale.
Mission Bambini mi ha affidato l’incarico di portare la stampa sul campo a conoscere i suoi progetti, c’è una missione in partenza per il Myanmar, l’occasione è perfetta. Punto in alto e lo propongo niente meno che a Io donna, il magazine femminile del Corriere della Sera, attraverso una giornalista che sono certa avrà la penna giusta per raccontarlo. La cosa le interessa, il suo giornale accetta e a inizio novembre, insieme a un ottimo fotografo, partiamo.

Il primo volo ci porta a Bangkok dove incontriamo l’équipe di Mission Bambini composta da medici e infermieri provenienti da Torino, Modena e Southampton (UK), da lì tutti insieme ripartiamo per Yangon. Non abbiamo molto tempo per fare conoscenza, complice il fuso è già la mattina del giorno dopo la partenza, nessuno ha dormito e dall’aeroporto andiamo quasi subito in ospedale: i bambini aspettano, il lavoro dei medici deve iniziare e così anche il nostro di testimoni. Il primo appuntamento è con lo screening dei bambini, i nostri riesaminano i casi selezionati dai medici locali, si confrontano sulle procedure, stabiliscono le priorità. Io osservo e ascolto, sento termini che mi sono familiari come “stent”, “stenosi” e “anastomosi” ma inizio a sospettare che la mia formazione medico-televisiva abbia delle lacune. Intanto nei corridoi dell’ospedale vedo donne vestite con longyi colorati (le lunghe gonne tradizionali) aspettare angosciate e speranzose, capirò solo più tardi che la loro speranza è che i figli siano talmente gravi da poter essere operati subito da quei medici venuti da lontano. Con loro vedo bimbi magrolini e deboli, per qualcuno mi stupisco dell’età perché sembrano più piccoli, per qualcuno della carnagione perché sono blu. Il cardiologo mi spiegherà poi che sono affetti dalla Tetralogia di Fallot, una malformazione cardiaca che provoca una cattiva ossigenazione del sangue. Da noi sarebbero stati operati alla nascita, qui chi è sopravvissuto ha atteso anni solo per avere una diagnosi corretta.

Nei comunicati stampa ho scritto tante volte che nel mondo ogni anno nascono circa un milione di bambini affetti da cardiopatie congenite e che l’80% di loro nasce nei Paesi più poveri dove essere curati non è affatto scontato. Qui sto dando un volto e un nome a quella percentuale drammatica, non so se ci sia un termine medico, in Grey’s Anatomy non l’hanno mai detto, ma il cuore e la gola mi si stringono. Davanti a questo mi è chiaro che non sarò certamente io a salvare delle vite ma anche che se chi lo può fare si trova lì è per merito di un’organizzazione che a me ha chiesto una cosa precisa: aiutarla a farsi conoscere di più e meglio attraverso i media. Il mio lavoro sta nel vivere questa missione, raccogliendo informazioni e incontrando le persone, per poterla raccontare e assicurarmi che, al rientro, chi ne scriverà abbia tutti gli elementi per farlo.

Il primo giorno è finito, seguiranno i cinque in cui, uno al mattino e uno al pomeriggio, verranno operati nove bambini (uno meno del previsto perché nei paesi più poveri del mondo può anche succedere che per quasi una giornata in ospedale manchi la corrente elettrica), altri 40 avranno una visita specialistica e il personale medico e infermieristico dell’ospedale riceverà una formazione teorica e on the job dagli omologhi italiani.
Intanto il primo bambino operato passa dalla terapia intensiva al reparto, è vispo e il suo colorito è finalmente normale, le sue labbra sono rosee e sorridono. Sono testimone di questo primo successo, inizio a respirare meglio anche io. Credo che il termine scientifico sia gioia.
Nel frattempo, in ospedale nei momenti di pausa e la sera a cena, conosco meglio lo staff medico. Ci sono un affabile cardiochirurgo che è un veterano delle missioni umanitarie, un giovane e simpatico cardiologo, due anestesiste che sono anche mamme e per una settimana hanno scelto di guardare alla vita dei figli di altre mamme lontane, un tecnico della circolazione extra-corporea che è gigante buono e giocherellone, e due infermieri di terapia intensiva, la più giovane del gruppo, dolce e paziente, e il nonno più sensibile e amorevole che abbia conosciuto. Niente rockstar, quindi, e lo so soprattutto perché li ho sentiti cantare, l’ultima sera, a missione conclusa, in un karaoke birmano.

La vita vera è molto meglio della finzione e sono davvero grata al mio lavoro perché mi fa vedere volti e persone dietro ai numeri e alle statistiche.

Puoi leggere l’articolo pubblicato su Io donnaqui

Credits Immagine: Simone Durante

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