LA MIA PRIMA VOLTA AL FESTIVAL DEL FUNDRAISING, SOTTO IL SEGNO DEL CAMBIAMENTO

LA MIA PRIMA VOLTA AL FESTIVAL DEL FUNDRAISING, SOTTO IL SEGNO DEL CAMBIAMENTO

Due uomini si abbracciano sul palco, due uomini estremamente diversi eppure uniti nel rappresentare e nell’invocare una forza comune: la forza del cambiamento. Per il primo vissuta come energia dirompente, senza riserve e anzi con una concezione agonistica; per il secondo come energia pacata, inaspettata e spesso combattuta, ma non per questo meno incisiva.

In un’edizione del Festival del Fundraising in cui a farla da padrone sono state le storie, come fonte di ispirazione per le persone, come motore di cambiamento per il mondo, credo che sia impossibile non iniziare da qui, dalla plenaria di chiusura del Festival, e dalle storie – rappresentative, coinvolgenti, memorabili – di questi due uomini: Kumi Naidoo, una vita da attivista dapprima contro l’apartheid in Sudafrica, in seguito a favore del rispetto dei diritti umani e della causa ambientalista; Alberto Cairo, dal 1990 responsabile del Programma di Riabilitazione Fisica del Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) in Afghanistan.

Sono loro l’istantanea che ho scelto per raccontare questo mio primo Festival del Fundraising: sono le loro parole a essersi sedimentate in modo indelebile nella mia memoria, sono le emozioni che le loro storie mi hanno fatto vivere ad avermi dato una nuova consapevolezza, o forse semplicemente ad aver rinnovato e confermato ciò che in realtà guida tutti noi che abbiamo scelto di lavorare in questo settore: la speranza e la fiducia di poter introdurre un cambiamento positivo nel mondo.

Da che cosa nasce questo cambiamento? La prima risposta è arrivata – decisa, potente ed esplosiva – da Kumi Naidoo e si chiama disobbedienza civile. Il discorso di Kumi si inserisce in un filone che va da Martin Luther King e dalla sua fierezza nel dichiararsi maladjusted, incapace di adattarsi alle ingiustizie – in particolare alla segregazione e discriminazione razziale, al fanatismo religioso, a un sistema economico che sacrifica il benessere di molti a favore di quello di pochi – ad Howard Zinn e al suo discorso sulla necessità di mettere in discussione lo status quo, la rule of law. Nel rievocare le parole di questi e altri giganti del passato, compresi Gandhi, Rosa Parks e Nelson Mandela, Kumi Naidoo intende ricordare che la disobbedienza civile, la responsabilità morale di prendere posizione e combattere contro le ingiustizie, necessitano di una buona dose di coraggio: ecco perché dobbiamo tutti essere un atto di coraggio.

La seconda risposta ci viene data da Alberto Cairo e porta con sé un’altra forma di disobbedienza, che potremmo definire una disobbedienza alle nostre resistenze interiori. È davvero delicato e insieme deliziosamente ironico il modo con cui Cairo esordisce, quasi a voler suggerire un repentino cambiamento di registro rispetto al precedente speaker: «I cambiamenti li odio. Sono un salto nel buio. Sono molto prudente, cocciuto, testardo, preferisco non rischiare». Eppure il cambiamento arriva a bussare anche alla sua porta, ripetutamente, con una persistenza fastidiosa. E allora che cosa può indurre Alberto Cairo ad accettare di abbandonare una quotidianità rassicurante per abbracciare il cambiamento – dapprima a malincuore, poi con una convinzione che arriva ai limiti del fanatismo? Non la disobbedienza civile, almeno non la sua, bensì la consapevolezza che la dignità delle persone è sempre una priorità per la quale bisogna impegnarsi, non può e non deve aspettare tempi migliori. È quindi per persone come Mahmoud, con la loro profonda umanità, con il loro insieme di fragilità e tenacia, che Alberto sceglie di sognare, andare avanti, non accontentarsi. È per gli Afghani che vince le sue resistenze più grandi, quelle personali, e si trovacostretto a introdurre un cambiamento dopo l’altro: dall’apertura permanente di un centro di riabilitazione, perché le protesi non sono semplice plastica ma una forma di riscatto, all’adozione di una politica di discriminazione positiva attraverso progetti di reinserimento sociale per le persone con disabilità.

Con le loro testimonianze Kumi Naidoo e Alberto Cairo dimostrano che percorrere la strada del cambiamento non significa cimentarsi in uno sprint, ma in una maratona, minata da una successione – talvolta demoralizzante e quasi insostenibile – di resistenze e ostacoli. La vera forza del cambiamento quindi non si misura in termini di atti impavidi e di risultati immediati, ma risiede in un atto di coraggio diverso, nella perseveranza e nella resilienza. Del resto, ce lo ricorda ancora una volta Kumi Naidoo, il più grande contributo a una causa non è dare la vita per essa, ma dedicare tutto il resto della vita, o meglio tutte le energie per il resto della vita ad essa, per creare un mondo migliore.

Condividi questo post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *