L’ufficio stampa, questo sconosciuto?

L’ufficio stampa, questo sconosciuto?

È sabato pomeriggio e siamo a una di quelle festicciole per treenni dove le mamme non si conoscono.

Che lavoro fai? Mi chiede una bionda dall’aria simpatica. Ci provo, rispondo secca secca e vediamo se ci intendiamo, penso. “Mi occupo di ufficio stampa”, dico.

Silenzio. E dopo poco un “ah…”

È lampante, non sa di cosa sto parlando. In fondo perché dovrebbe. Se ha la sfortuna, o la fortuna – è sempre questione di punti di vista – di non lavorare nel fantastico mondo della comunicazione è probabile che il mio mestiere, per lei, possa anche non esistere.

Potrei cambiare argomento, ma non resisto e mi lancio in una rocambolesca spiegazione. Io, che per lavoro sintetizzo, gioco con le parole e rendo appetibili contenuti, faccio fatica a trovare i giusti termini.

Spiegare il mio lavoro è sempre difficile, è quasi una sfida con me stessa ormai. Tanto che, anche se mi sfiora il dubbio che a lei non interessi proprio del tutto, non intendo fermarmi. Non escludo nemmeno di farle una domandina di controllo alla fine per capire se sono riuscita ad essere chiara!

Dopo un attimo di esitazione, quindi, proseguo: “Anche se sono giornalista non scrivo per un giornale in particolare” dico “Il mio lavoro è decisamente più bello (per me, si intende). In primis perché mi occupo solo di non profit e non di yogurt, treni o politica (o meglio, non più!). In sostanza parlo e cerco di far parlare i media di persone che fanno qualcosa di bello e concreto per altre persone, racconto storie di solidarietà e di piccoli traguardi raggiunti, ma anche di difficoltà e sofferenza. Della vita reale, insomma. Per farlo, quando non ho per le mani delle canoniche “notizie”, merce assai rara, cerco spunti interessanti, vado a caccia di particolari originali per riuscire a incuriosire la stampa e portarla ad approfondire un tema, a conoscere una tale associazione. Niente accordi commerciali perché qualcuno scriva bene di qualcosa. Il sudato frutto di un buon ufficio stampa è un bell’articolo, non un publiredazionale, magari relegato in ultima pagina con un carattere diverso dal resto del giornale!”

Mentre prendo fiato per continuare, ormai animata dal sacro fuoco della professione, la bionda ribatte: “Non avrei saputo spiegarlo meglio, anche io mi occupo di ufficio stampa. Ma per cose tipo yogurt, treni e politica… Posso mandarvi il cv?” È proprio il caso di dirlo: #everyoneloveourjob

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Comments (2)

  • Giuseppe Bettiol rispondere

    Come ti capisco… 😉
    Ho una zia che dice agli amici: “lui è mio nipote e fa la pubblicità sui giornali”.

    febbraio 10, 2017 a 1:09 pm
    • Elena Frasio rispondere

      Ahahah, neanche a casa ci capiscono 🙂

      febbraio 14, 2017 a 10:45 am

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